Pillole di Protezione Civile – Terremoto del Friuli
6 Maggio 2026

«Prima le fabbriche, poi le case e poi le chiese.»
(mons. Alfredo Battisti, arcivescovo di Udine, 12 maggio 1976)
(mons. Alfredo Battisti, arcivescovo di Udine, 12 maggio 1976)
Il terremoto del Friuli e la prima missione fuori regione
Il 6 maggio 1976 il terremoto del Friuli rappresentò un momento cruciale non solo per il Paese, ma anche per la storia della Protezione Civile e del volontariato italiano.
Per la Misericordia di Badia a Ripoli, quell’evento segnò la prima missione fuori regione. In quelle ore drammatiche, mentre la notizia del sisma si diffondeva rapidamente, anche nella comunità si attivò spontaneamente una rete di solidarietà: nel giro di poche ore partì il passaparola per individuare fratelli disponibili a raggiungere le zone colpite.
Furono organizzati i primi mezzi di soccorso: due autovetture con al seguito due roulotte. Non fu semplice nemmeno completare gli equipaggi: mancava un autista e a mettersi alla guida fu don Luigi Bartoletti, Fratello della Misericordia.
Quella missione aveva un obiettivo semplice e concreto: portare aiuto a chi, nel giro di pochi minuti, aveva perso tutto. Le roulotte rappresentavano un primo, essenziale segno di ripartenza: un riparo, un luogo da cui ricominciare.
L’esperienza delle roulotte si inseriva in una più ampia operazione nazionale, ricordata anche da Giuseppe Zamberletti, che parlò di oltre 20.000 mezzi requisiti per far fronte all’emergenza abitativa. Una scelta non priva di critiche, maturata in un contesto di forti difficoltà per la finanza pubblica. Fu comunque data indicazione di non far mancare nulla alle popolazioni colpite, coinvolgendo i prefetti per garantire soluzioni immediate.
Le due roulotte partite da Badia a Ripoli non furono requisite, ma donate dalla cittadinanza: un gesto di solidarietà concreta che le inserì pienamente nello sforzo collettivo per offrire alloggi temporanei in attesa delle case prefabbricate.
Il loro impiego terminò il 31 marzo dell’anno successivo, quando vennero trasferite presso il campo dell’aviazione di Campoformido e sottoposte a verifica. Come ricordato dallo stesso Zamberletti, i controlli — affidati anche alla Guardia di Finanza — evidenziarono non solo l’assenza di danni, ma in molte roulotte le famiglie avevano lasciato un mazzo di fiori, a testimonianza della gratitudine verso chi aveva offerto loro un aiuto concreto. Un esempio di grande civiltà.
Al termine dell’emergenza, i mezzi furono restituiti, ma una delle roulotte è rimasta a Badia a Ripoli. Ancora oggi è attiva, utilizzata per le esercitazioni, custode di memoria e impegno.
Quell’esperienza contribuì a tracciare un solco profondo: da tragedie come quella del Friuli nacque infatti una nuova visione della Protezione Civile, fondata sull’organizzazione e sul ruolo fondamentale del volontariato.
Luciano Fusini, uno dei fratelli partiti per l’emergenza, ricorda:
“Dopo poche telefonate partii con il cosiddetto ‘precetto prefettizio’. All’epoca non vi erano tutele, se non il mantenimento del posto di lavoro. La colonna fu indirizzata verso Montenars, Buja e Gemona. Fummo messi a disposizione del Prefetto e impiegati nei campi per gli sfollati e nelle operazioni di ricerca tra le macerie, con la flebile speranza di trovare qualcuno ancora in vita.
Ricordo che aiutammo una squadra dei Vigili del Fuoco a estrarre due bambini e il loro nonno da un casolare crollato: una brutta esperienza. A Montenars, vicino a un oratorio, un bambino ci regalò un quadretto con scritto, a matita: ‘Montenars vi ringrazia e non vi dimentica’.”
Perché la Misericordia di Badia a Ripoli è anche questo: dare risposte a chi non ha più la forza di fare le domande.




